Da Mipaaf e Mise segnali concreti di un cambio di rotta. Ora anche l’Europa apra i Psr ai contoterzisti per un nuovo Rinascimento rurale

Ritengo doveroso iniziare questo editoriale con i ringraziamenti,

sentiti, al professor Franco Scaramuzzi,

presidente onorario dell’Accademia dei Georgofili per

l’analisi, come sempre lucida, sul futuro dell’agricoltura e sul

ruolo che le imprese agromeccaniche potranno avere nella

dffiusione di mezzi e tecnologie che favoriranno la competitività

nel settore primario.

Grazie alla sua esperienza, alla sua cultura e alla sua profonda

conoscenza dell’agricoltura e delle dinamiche che hanno

caratterizzato la sua evoluzione, il professor Scaramuzzi

ha compreso la missione di Cai: guidare il mondo agricolo

verso obiettivi di crescita e di integrazione sempre più alta,

attraverso dialoghi, collaborazioni, accordi fra tutti i protagonisti

attivi dell’agricoltura. Così, infatti, intendiamo muoverci:

rispettando i nostri interlocutori, coi quali cerchiamo di impostare

strategie condivise. E devo dire che il messaggio della

nascita della Confederazione Agromeccanici e Agricoltori

Italiani è stato compreso dai molti che hanno teso la mano

per rilanciare il dialogo.

A loro – e penso a sindacati di rappresentanza come Coldiretti,

come FederUnacoma, come Unacma, fra coloro che

hanno auspicato una collaborazione proficua per l’agricoltura

Made in Italy – ma non solo a loro Cai chiede di poter

stringere alleanze affnché il comparto pianifichi collegialmente

strategie di competitività. A partire dalla necessità di

dare corso, dopo anni di colpevole negligenza da parte delle

istituzioni, alla definizione dell’imprenditore agromeccanico

professionale. Che non è, lo sottolineo, una figura “contro”

qualcuno, in antitesi o subalterno agli imprenditori agricoli.

La dignità che chiediamo alle istituzioni passa per un riconoscimento

del ruolo e delle funzioni che da sempre i contoterzisti

svolgono con competenza, passione e, sempre più

spesso di questi tempi, con grande sacrifici (anche economici).

Tutto questo è stato ben compreso dal presidente onorario

professor Scaramuzzi, che dalle colonne del notiziario Georgofilo

Info dello scorso 28 giugno ha suggerito un’adeguata

attenzione al fenomeno dell’agricoltura consociata, intesa

nella sua migliore accezione.

“Lo Stato deve quindi essere più autorevole e pronto a recepire,

valutare e avallare nuovi percorsi che gli imprenditori

possono liberamente scegliere. Anche i proprietari di piccole

aziende, continuativamente ridotte da divisioni ereditarie,

devono cercare sostegno reciproci, aggregandosi con altri.

Molti sono i modelli possibili, nel pieno rispetto del diritto di

proprietà”.

Solo pochi giorni prima, l’11 giugno, il prof. Scaramuzzi su La

Nazione di Firenze elogiava le formule di agricoltura collegiale,

finalizzate a migliorare la redditività delle imprese agricole.

“L’aggregazione operativa di più aziende deve quindi

essere volontaria, con regole adattate a esigenze diverse,

senza imporre operazioni giuste e lesive. Anche le aziende

agricole più piccole e in maggiore diffoltà possono partecipare

alla nuova agricoltura collegiale, acquisendo parte dei

vantaggi economici ottenuti con i redditi di una gestione

che riduce i costi e migliora la qualità dei prodotti in modo

che possono rimanere competitivi sul libero mercato, anche

globale”.

La nostra attenzione, vorrei comunque rimarcarlo, è rivolta

all’agricoltura nel suo insieme: piccole e grandi aziende, imprese

agricole che hanno sposato la monocoltura e la multifunzione.

Per concretizzare un nuovo modello operativo e

un’alleanza di filiera proiettata al futuro, Cai è convinta che

il dialogo alla pari fra rappresentanze sindacali e con le istituzioni

sia un passaggio chiave. E questa volta tutti devono

scendere in campo, senza ambiguità.

Si sta cominciando a discutere del futuro della Pac dopo il

2020. Senza le imprese di meccanizzazione agricola, senza

un loro accesso alle misure finalizzate alla modernizzazione,

non si andrà lontano. Non è più possibile pagare l’assenza di

strategia agricola che ha caratterizzato l’Europa e l’Italia in

questi anni.

La zootecnia, la cerealicoltura, lo zucchero sono solo alcuni

degli esempi di scelte prese sull’onda più dell’emotività che

di un percorso orientato alla competitività delle filiere. L’agricoltura

è chiamata a innovare. Lo sanno bene quei 700

agricoltori che hanno risposto al sondaggio di Fieragricola

di Verona, il 64% dei quali punta a introdurre le nuove tecnologie

entro 1-2 anni, direttamente o servendosi di imprese

agromeccaniche.

È un segnale che qualcosa si sta muovendo e le istituzioni

non possono abbandonarci ora. Con il provvedimento Industria

4.0 il Mipaaf e il Mise hanno imboccato la strada giusta.

Ora lo faccia anche l’Europa, aprendo i Psr anche ai contoterzisti,

per un nuovo Rinascimento rurale.

• Gianni Dalla Bernardina

Presidente CAI